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Il mestiere dell'autore - 1


Chi non ha voglia di leggere, può cliccare qui e la storia glie la racconto io

Non so perché, oggi ho voglia di sentirmi una persona seria, nel senso di seriosa. Forse non fa male ogni tanto. Proverò a parlare del mestiere dell'autore.

E uno si domanda “Ma è un mestiere?”

No. E’ un sacco di altre cose: un’ispirazione, una voglia, una necessità spirituale, un prurito, un senso di superiorità, un divertimento, una guerra contro il vuoto, contro l’ignoranza, una scala per il cielo, un gioco, una botola per lo sprofondo, un’attrazione irresistibile, un incanto, un sogno, una follìa, una favola, un pugno nello stomaco, una spinta per cui tu ti butti sulla pagina bianca di un computer e la riempi…ti infili in una soffitta…o voli all’aperto carico di pennelli, tele, macchine fotografiche e spari tutte le tue ossessioni-ispirazioni…o ti precipiti su una chitarra, su un pianoforte, su una tastiera…e come se fosse l’ultima possibilità che ha il mondo di conoscere la verità…canti tutto te stesso con tutti i tuoi colori, le lacrime, le sofferenze, le speranze…tutto!

“Vabbè…e il mestiere?”

E il mestiere, no. Cioè, non ancora.

Tutto quel che senti bollire dentro di te, può essere semplicemente emozione.

Se poi per caso – indipendentemente dalla cultura e dagli studi (che sono importantissimi per lo stile che nascerà) – la natura ti ha regalato anche la sensibilità dell’artista e la fortuna di saperla esprimere…allora è Arte…non mestiere.

A farla diventare mestiere dobbiamo pensarci noi, con tenacia, con pazienza e con un autocontrollo tale, che ci permetta di continuare a mantenere nobile il nostro prodotto e nobile quella che è diventata o sta diventando o diventerà…professione. Solo a quel punto possiamo sperare di mantenere una famiglia.

Io penso che tutti gli esseri umani provino – magari senza riconoscerle - le emozioni che portano alla nascita dell’opera d’arte. La possibilità di salire il gradino della comunicazione probabilmente dipende da quella che Mogol vede in una indicazione del “cielo” che illumina solo alcuni esseri.

Ogni opera è una creazione e mentre certamente esistono differenze di valori tra opere colte ed opere popolari, non esistono però differenze di impatto sulla cultura e nella storia della società; ogni opera lascia un segno, piccolo o grande. E’ importante però che ogni autore conosca il valore e i limiti di quel che sta creando.

Tutto quello che mi lascio andare a scrivere è solo un mio pensiero. E riassume il modo in cui mi sembra di essermi sempre comportato, trovandomene soddisfatto. Spero che a qualche nuovo autore sarà utile leggermi.

Arriva un momento in cui comincia a delinearsi il mestiere: dobbiamo analizzare e riconoscere tra le nostre emozioni quelle che – esprimendole - possano farci mostrare meglio le nostre idee, non necessariamente quelle di moda. Dobbiamo saper amare anche lavori non nostri, ammirare altri autori e imparare dai migliori: senza imitarli! A questo proposito io ho usato - ai tempi in cui la mia professione era ancora in salita - un trucco semplicissimo: ogni tanto, mentre scrivevo un testo su una musica, mi domandavo per esempio: “Chissà se Nisa (grandissimo autore di testi come “Tu vuo’ fa’ l’americano”, “Guaglione”, “Accarezzame” e mille altri in napoletano ed in italiano) chissà se Nisa sarebbe soddisfatto di avere scritto queste parole?” Se la mia risposta era onestamente “Si”, andavo avanti, lo battevo a macchina – come si usava prima della comparsa del personal computer – e lo consegnavo, se no…cominciavo a limare, cambiare, cercar di capire perché no…e qualche volta stracciavo tutto per ricominciare da capo.

Perdonatemi ma siccome faccio canzoni, di canzoni parlo.

Un’altra cosa che mi ha aiutato a sviluppare il mestiere è che - pur essendo convinto che un lavoro sia buono - non giudico mai finito e perfetto un mio testo e così quando l’autore di una musica mi chiede di cambiare qualcosa – se il cambiamento non stravolge la mia idea - normalmente accetto di ritoccare. E’ una sfida divertente quella di usare una lingua tanto bella e difficile come l’italiano e riuscire a cambiare espressione senza sbagliare significato, grammatica e metrica! Sotto sotto ho la convinzione che qualunque opera possa essere ritoccata, anche La Divina Commedia…a patto che a ritoccarla sia Dante Alighieri.

Devo anche dire che non scrivo mai una cosa perché sono convinto di farci soldi ma perché quell’idea mi coinvolge, quella musica mi piace…Pensare ai soldi mentre si crea, ho l’impressione che meni gramo.

Confesso però che qualche strappo l’ho fatto, moltissimi anni fa, quando avevo già cominciato ad aver fortuna ma gli incassi SIAE ritardavano.

Gli editori che rappresentavano cataloghi stranieri, a quel tempo erano in situazione completamente diversa da quella di oggi: dovevano pubblicare le musiche, coi testi nelle due lingue, quelle che allora si chiamavano le “orchestrine” e le distribuivano gratuitamente alle orchestre di tutta Italia insieme coi loro repertori italiani. Quindi servivano loro adattamenti in italiano, spesso in quantità notevole e con urgenza. Naturalmente le grandi canzoni venivano affidate ai grandi “parolieri-poeti” cioè Nisa, Pinchi, Bertini, Testoni, Panzeri e pochi altri, mentre i brani “riempitivi” (che forse nessuno avrebbe mai eseguito ma che loro avevano l’obbligo di pubblicare) venivano affidati a qualche giovane di buone speranze, i cui testi venivano pagati in contanti e non firmati da chi li aveva scritti. E mi ricordo che un lunedì – dopo aver passato sabato e domenica in casa ad “adattare” testi stranieri mentre i miei due bambini Carlo e Fabio facevano impazzire la mamma, di là)…mi ricordo che un lunedì sera sono tornato a casa con centodiecimila lire in contanti: avevo consegnato ventidue testi che erano ben fatti, ve lo giuro ma che nessuno avrebbe mai eseguito e se li avessi firmati non mi avrebbero mai reso mille lire tutti insieme.

Caro giovane autore, adesso che ti ho confessato la mia antica colpa, ti sembrerò “uno che parla bene e ràzzola male”. Ma erano altri tempi e altre occasioni. Davvero. Se un tuo lavoro interessa è perché qualcuno pensa che renderà economicamente. Perciò ti invito a firmare sempre quel che crei, a partecipare sempre alle decisioni che riguardano il tuo lavoro, a non pensare mai che qualcuno usi una tua opera per “farti un piacere”: piuttosto rinuncia e aspetta un’occasione più onesta. Fa’ in modo tu stesso di pensare che il tuo è un lavoro e come tale deve essere remunerato. Naturalmente col Diritto d’Autore.