Home | Credits
Prima le parole o la musica?


Chi non ha voglia di leggere, può cliccare qui e la storia glie la racconto io

Da statistica privata personale, devo dire che la domanda più frequente rivolta ad un “autore” di canzoni è: "Si scrivono prima le parole o la musica?"

E' una domanda classica. Ed è abbastanza difficile rispondere, perché una regola non c'è. A parte il fatto che comunque potrei dire solo quel che riguarda il mio modo di lavorare...trovo brutto rispondere semplicemente "Qualche volta si fa così e qualche volta si fa cosà..." E allora finisco col raccontare ogni volta quel che mi ricordo della nascita di una diversa canzone.

L’interesse maggiore lo ottengo generalmente col racconto di quella volta che ho scritto una canzone cominciando dal fondo.

“Dal fondo? Vuoi dire dall’ultima riga?”

“Dall’ultima riga! Voglio dire…dalla fine!”

Fine anni ‘60. Kramer, il grande Gorni Kramer, grande come fisarmonicista, come direttore d’orchestra, come arrangiatore e come autore di grandi canzoni e di grandi commedie musicali…aveva un ufficio in Galleria del Corso a Milano, proprio nel centro del mondo della musica italiana di quell’epoca; naturalmente era un grande ufficio, con una stanza in più. Gli ho chiesto quella stanza in affitto, me l’ha concessa, l’ho arredata e tutti i giorni ci andavo a lavorare. E tutti i giorni vedevo la sua straordinaria, indispensabile segretaria Edda (che senza di lei, lui – da bravo artista - organizzativamente si sarebbe perso in un bicchier d’acqua) e quando veniva in ufficio vedevo anche lui, il simpaticissimo Kramer, sempre pieno di barzellette, di aneddoti…e di voglia di fare musica. Con le barzellette era una frana, perché raccontava solo cose che lo facevano ridere moltissimo…e rideva continuamente mentre le raccontava; ma non rideva solo alla fine…anche durante i preamboli…perché già pensava al seguito che lo faceva impazzire! Il che era abbastanza imbarazzante. Per quanto riguarda la musica invece era straordinario: componeva in continuazione…melodie deliziose. E così abbiamo scritto insieme una decina di inutili canzoni…ma non inutili perché brutte…semplicemente perché sia lui che io, una volta scritta una canzone la lasciavamo lì…non avevamo proprio voglia di andarla ad offrire a qualcuno. In quanto ad organizzazione gli somigliavo: eravamo tutti e due, pigri…o forse incapaci.

Io non gli ho mai chiesto di cambiare una nota perché secondo me le sue note erano sempre perfette.

Qualche volta lui mi chiedeva di cambiare una parola che gli era antipatica. E io glie la cambiavo volentieri perché mi divertiva dimostrare a lui e a me stesso che l’italiano – pur essendo una lingua difficile da manovrare – si può manovrare.

Una volta però mi ha messo in crisi protestando tutto un finale…che secondo lui era troppo importante e non si capiva se fosse un finale troppo ironico o troppo serio! (sic!)

Non mi sono offeso ma ho difeso – come di solito non succede – la mia “opera”, poi, visto che non riuscivo a convincerlo…ho cambiato i tre versi incriminati. Però li ho messi in un cassetto della memoria. “Verranno buoni” mi son detto (adesso non ve li dico perché se no finisce l’effetto del racconto).

Kramer è rimasto soddisfatto del cambiamento e così abbiamo archiviato un’altra “bellissima” canzone da lasciar lì…una canzone spiritosa, quasi comica, di cui mi ricordo solo quel finale.

Invece che coi tre versi che vi dirò a fine racconto, l’ho terminata scrivendo:

“ma una tanto scema

lo so già che al mondo

non la trovo più”.

Soddisfatto lui…abbastanza soddisfatto anch’io…chiuso lì.…

La storia si è riaperta qualche mese dopo quando mi sono trovato in difficoltà con la creazione di un testo su una splendida musica di un altro autore.

Non mi veniva l’idea. Avevo già scritto su quella melodia, un testo intero che l’autore mi aveva irrimediabilmente bocciato dall’inizio alla fine…e devo dire che aveva ragione.

E così continuavo a canticchiare dentro di me quella nuova e bellissima melodia, senza trovare soluzioni. (Avviso chi mi conosce che quando canticchio dentro di me, sono intonatissimo; il disastro comincia quando apro bocca. Ma questo è un argomento che non riguarda solo un autore di parole come me…ma anche ottimi musicisti). A furia di ripetermela in testa con parole e numeri metricamente adatti, mi accorsi che la “metrica” del finale di questa ballata romantica vicina al gusto francese…era simile alla “metrica” del finale dello swing spiritoso, quasi comico di cui vi ho appena parlato.

Attenzione! Sto parlando della “metrica”, non della melodia e neppure del ritmo, che erano totalmente diversi! Sto parlando della “metrica” che io – da “parolaio” - avevo definito coi numeri

40 x 40

33 x 30

48 3

E così in quella bellissima musica romantica, infilai al posto dei numeri, i tre versi che mi erano rimasti in testa. Calzavano perfettamente.

Da lì…a marcia indietro…creai tutto il resto della canzone…fino ad arrivare all’inizio…Ero veramente soddisfatto.

Scrissi il tutto a mano (come si usava prima dell’esistenza del personal computer)…dettai il testo per telefono (come si usava prima delle e-mail e prima del fax)…al mio fraterno amico, autore della stupenda musica…poi per cinque anni sapendo di avere tra le mani un gioiello, l’abbiamo toccato, ritoccato, limato, coccolato…perfezionandolo secondo il carattere perfezionista dell’ amico musicista ma sempre lasciando il finale esattamente com’era nato…finché venne il momento giusto e la canzone scoppiò in un attimo, diventando uno straordinario successo.

L’autore della musica è Tony Renis (al quale non ho mai avuto il coraggio di raccontare questa storia)...

La prima interprete, Mina…

I tre versi del finale dai quali è nato tutto il testo…:

sei grande grande grande (40 x 40)

come te sei grande (33 x 30)

solamente tu. (48 3 )

Morale: meno male che a Kramer i tre versi erano sembrati troppo importanti

meno male che Tony Renis mi ha bocciato il primo testo che avevo pensato

meno male che mia madre mi ha insegnato a non buttar via niente.

N.B.Grande grande grande” ha conquistato il mondo partendo dalla interpretazione di Mina, continuando con quella di Shirley Bassey (“Never never never” con testo inglese di Norman Newell), proseguendo con quelle di Julio Iglesias in almeno quattro lingue (nei suoi concerti l’ha sempre presentata come “la canzone più bella del mondo”), elevandosi con quella di Luciano Pavarotti-Celine Dion (“I hate you then I love you” con testo inglese di Norman Newell e mio figlio Fabio Testa) infine entrando nel repertorio di grandi interpreti mondiali e di innumerevoli artisti di tutte le nazionalità, in tutte le lingue.