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Dieci anni dopo (come mezzo Dumas)


Chi non ha voglia di leggere, può cliccare qui e la storia glie la racconto io

Approffittando del Moschettiere Michele Di Lernia, collaboratore di Mina (dall’aspetto simile a quello di un immaginario D’Artagnan, tipo M° Pippo Caruso) scrivo un “sintagma” dal titolo molto più modesto, praticamente la metà: “Dieci anni dopo”. Lo scrivo non per imitare il grande Alexandre Dumas… ma perché si riferisce ad un reale avvenimento, abbastanza insolito nella mia professione, che ha creato in me l’opinione che tutto quel che succede serva ad imparare qualcosa. E allora trasmetto questa opinione a tutti quelli che mi chiedono notizie sulla professione “autore di canzoni”. Qualche volta la lezione è positiva, qualche volta è una stangata, qualche volta è quel che è: si impara e basta.


Non mi ricordo esattamente che anno fosse ma probabilmente era il 1986; comunque so che erano tempi in cui si facevano canzoni perché veniva un’idea… musicale o di testo. Più per divertimento che per professione. Poi le canzoni si davano al proprio editore che, a seconda dei rapporti con i vari interpreti e al suo intuitivo giudizio sulle possibilità interpretative, le affidava agli artisti che riteneva più adatti. E così capitava che gli autori si ritrovassero tra le mani un disco che non avevano proprio immaginato.

Quella volta capitò che il giovane autore Manrico Mologni si facesse vivo con Alberto Carisch, consigliere delegato delle Edizioni Peer Southern, con uno spunto musicale. Carisch pensò che sarebbe bastato solo un piccolo ritocco per renderlo perfetto. Il ritocco fu affidato al grande Walter Malgoni e a quel punto mancava solo il testo: chiamarono me. La musica – moderna come il giovane Mologni e rotonda e completa come le musiche del classico Malgoni – mi portò a creare una storia antica con pensieri da giovane. La intitolai “Volami nel cuore”:

NON È POSSIBILE
IO NON CI STO
È TROPPO STUPIDO
QUELLO CHE FAI
TI PREGO NON ANDARE VIA
PER UN PAIO DI OCCHI CHIARI
FORSE ORA LEI MAGARI...
SI MA POI TI BUTTA VIA…
VIA DALLE MIE MANI
C'È UN DESERTO SENZA FINE
TORNAMI NEL CUORE
CHE SI STRACCIA IL MONDO INTORNO A ME
RUGGINE DI VENTO
PRIGIONIERO DENTRO LA MIA MENTE
VOLAMI NEL CUORE
NON PUOI ANDARTENE VIA…VIA…VIA…VIA…VIA…VIA…


NON ANDARE VIA
MA SE PROPRIO DEVI ANDARE
SAI COME SI DICE
"VA’ E SII FELICE".
NON DOVREI MA TI RINGRAZIO
PER IL BENE CHE MI HAI DATO…
TORNAMI NEL CUORE
CHE SI STRACCIA IL MONDO INTORNO A ME
RUGGINE DI VENTO…………..

Carisch affidò la canzone ai produttori di Mina… Mina la incise… e a quel punto scoppiò un “caso”: un caso complicatissimo perché un’altra casa editrice dichiarò di avere un contratto di esclusiva con Mologni mentre Malgoni era esclusivo della Peer Southern. Nel frattempo la casa editrice di Mina chiedeva la co-edizione del brano, come già allora (purtroppo) si usava. Inoltre, il giovane Manrico non avrebbe voluto dividere con Malgoni la paternità della musica e così ci ritrovammo tutti a dover fare dichiarazioni legali da presentare in tribunale e naturalmente il disco restò nel cassetto della PDU, casa discografica di Mina. E contemporaneamente passò nel dimenticatoio degli autori: io stavo in America, Malgoni a Milano e Mologni, non so.

E qui arriva la necessità di spiegare il titolo di questo “sintagma”.

Circa dieci anni dopo, mentre ero al Teatro delle Vittorie a Roma, intento alla realizzazione di “Scommettiamo che… ?” o forse “Mille lire al mese”, ricevetti la telefonata dell’amico Michele Di Lernia, il “moschettiere” collaboratore di Mina. Mi disse che Mina aveva deciso di ricantare “Volami nel cuore” ed usare quella canzone come brano di punta di “Cremona”, il suo nuovo CD. Però mi chiedeva di cambiare un verso: quello contenente l’espressione “ruggine di vento”.

Erano passati dieci anni. Non mi ricordavo più niente di quel brano! Fui felice di sapere che Mina avesse intenzione di lanciare – dopo tanti successi che mi aveva già procurato - un’altra canzone mia… ma davvero non sapevo di cosa stessimo parlando! Promisi che sarei andato a cercarlo nel computer di casa (allora non giravo col portatile, più o meno come non ci giro adesso); speravo di trovarlo fra i testi ricomposti e ribattuti dalle due ragazze della copisteria milanese di cui ho scritto in un’altra occasione. Soprattutto speravo che l’avessero copiato correttamente decifrando i miei dattiloscritti tutti pasticciati da correzioni fatte a mano. Avevo loro affidato, alla fine degli anni ’80, quell’arduo compito (circa mille incasinatissime documentazioni) con totale incoscienza, compensata però dalla loro squisita qualità professionale oltre che estetica. Ebbi fortuna e trovai il testo: era stato salvato col titolo “Volacuor” perché a quei tempi (almeno sul mio computer) non si potevano usare più di 8 byte per un salvataggio.

Tirai un sospiro di sollievo e tentai inutilmente di ricordarmi la melodia completa. Non sapendo come rintracciare Mologni, telefonai a Milano a Malgoni per farmela suonare al telefono e lui - dopo aver faticosamente scartabellato fra le sue scartoffie – trovò la partitura e me la suonò e cantò per telefono, alla buona ma in modo abbastanza decente da farmela ricordare e capire.

Ci pensai sopra un bel po’ e alla fine pensai che non sarei stato capace di cambiare quella espressione migliorandola e decisi che avrei telefonato a Michele Di Lernia per chiedergli di farmi parlare con Mina e convincerla a tenere il testo così com’era.

Ci voleva coraggio, perché le due volte precedenti che avevo preferito non cambiare alcune parole che Mina mi aveva chiesto di sostituire, erano andate una così e una cosà. In parole povere, nel 1968 non aveva voluto incidere la canzone “Il posto mio” (infilandola però più di ventanni dopo nel CD “Canarino mannaro”)… mentre nel 1972, per fortuna, “Grande grande grande” si era “rasseganata” a inciderla così com’era, con tanto di “rose rosse” che lei avrebbe preferito eliminare perché le sembravano banali (come infatti volevano essere).

Come avrebbe reagito Mina, questa terza volta? Non so. Comunque avevo deciso che avrei cercato di convincerla e poi – pur di non far perdere l’occasione oltre che a me, al vecchio amico Malgoni e al giovane autore Mologni – mi sarei sforzato di tentare di escogitare un verso che soddisfacesse lei e anche me. Mi preparai spiritualmente ad una telefonata difficile. Chiamai Di Lernia in sala d’incisione e gli spiegai perché volevo parlare direttamente con Mina ma Michele mi disse subito che il problema era superato perché Mina aveva cantato il pezzo “ieri” col testo originale. Io mi sentii sollevato e deluso allo stesso tempo perché mi aspettavo una bella guerra con la mia amica Mina che non vedevo e non sentivo da un pezzo. Ma tant’è: meglio così.

Sono passati un po’ di anni e il successo continua. L’unico dubbio che mi è rimasto è che in realtà Mina non l’abbia per niente ricantata “ieri” ma abbia ritenuto valida la registrazione di dieci anni prima, cioè quella del 1986 (?). Cosa più che possibile perché la canzone mi sembra che sia e che sarà sempre giusta e – se devo giudicare Mina - lei è sempre lei… comunque… nell’ 86… nel ’96… nel 2006… nel 2016… nel 2026…

Questa storia mi è servita per imparare qualcosa di nuovo. Infatti, fino ad un certo giorno della mia vita, avevo pensato che ogni creazione artistica per avere successo dovesse nascere al momento giusto, trovare l’interprete giusto e avere il linguaggio tecnico attuale… e quindi, giusto. In questo caso, però, devo riconoscere che – almeno nel mondo della canzone - tutte queste cose indovinate… si scopre che erano giuste soltanto DOPO. Se la canzone fa successo… si scopre che tutti gli ingredienti erano perfettamente al loro posto… quindi, giusti! Se la canzone non fa successo, non si ha alcuna controprova. E’ un flop. Chiuso!
Chi ha sbagliato? Boh!

Ecco che ho raccontato così una storia che butta per aria tutti i ragionamenti e le lezioni dei saggi. Qual’era il momento giusto?... ’86?... ’96?... Dieci anni prima?... Dieci anni dopo?... A nessuno l’ardua sentenza.